Vietato fumare, obbligo di differenziare

Ogni volta che torna l’emergenza rifiuti a Napoli si ritorna a discutere di raccolta differenziata. A tal proposito nell’ultima settima ho avuto modo di assistere a tre episodi a dir poco sconcertanti. ll primo si svolge in una sala ricevimenti, dove ho partecipato come ospite ad un festa di compleanno. Terminati i festeggiamenti, mentre sono sulla strada del ritorno verso casa, vedo alcuni dipendenti della struttura intenti a buttare via la spazzatura appena prodotta: enormi bustoni sversati nei cassonetti dell’indifferenziata, pieni di bottiglie vuote di vino, spumante, acqua e alcolici consumati durante la serata (facile immaginare che dentro ci fosse anche plastica ed alluminio e voglio sperare che non ci fosse la frazione umida).

Il secondo episodio si svolge in un popolare lido di Barletta. Struttura organizzatissima, pulita ed efficiente, dotata di tutti i comfort. Incredibilmente però, nessuna traccia di contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti. Provate ad immaginare quante bottiglie di plastica, di vetro e quante lattine di alluminio vengono buttate mediamente al giorno in un grande lido superaffollato.

L’ultimo episodio si svolge al centro commerciale Mongolfiera presso l’Ipercoop di Andria. Sono nel ristorante/pizzeria insieme alla mia famiglia, per la pausa pranzo. La storia si ripete: nelle decine di contenitori per i rifiuti sparsi per il ristorante si butta di tutto, indifferentemente: bottiglie vuote di birra, lattine, bicchieri, piatti e bottigliette di plastica, avanzi di cibo, tovaglioli di carta usati, etc.

Sarò tardivo perché magari mi accorgo di questo fenomeno solo adesso, ma resto ugualmente sconcertato. Per il semplice motivo che, facendo un calcolo grossolano, la quantità di rifiuti che queste attività generano in un giorno corrisponde a quanta ne produco io in 6 mesi. E allora mi chiedo: quanti delle centinaia di ristoranti, bar, sale ricevimenti, stabilimenti balneari, discoteche, chioschi all’aperto, punti di ristoro etc. differenziano i loro rifiuti o mettono in grado i loro clienti di farlo? Quanto incide la loro produzione di rifiuti sul totale complessivo? E soprattutto quali sono, se esistono,  i progetti messi in campo per favorire comportamenti diversi?

Vediamo come stanno le cose a partire da Andria, la mia città. Scopro l’esistenza di un progetto chiamato E.R.M.E.S. (Educazione Riutilizzo Monitoraggio per una Economia Sostenibile) i cui risultati sono stati recentemente diffusi alla cittadinanza. Sul sito del progetto si legge che l’obiettivo è mettere in campo «azioni di formazione/aggiornamento e comunicazione sul tema della raccolta differenziata rivolte agli operatori commerciali dei centri storici (solo?) dei quattro Comuni partners (Ruvo di Puglia, Corato, Andria, Trani).» Sono stati contattati 690 commercianti con il “porta a porta” informativo, sono stati realizzati workshop di approfondimento e laboratori interattivi (?) e infine è stato svolto un sondaggio campione sul 25% degli esercenti contattati. I quali hanno in gran parte dichiarato di aver trovato «ampia e utile la divulgazione delle informazioni sulla raccolta differenziata.» Tutto qui.

La Regione Puglia si dimostra più creativa con il progetto “Punti Ecologici”. Si tratta di un accordo di collaborazione tra Regione Puglia, enti locali ed imprenditori (preferibilmente giovani organizzati in cooperative) per la distribuzione di servizi di raccolta dei rifiuti urbani prodotti da uffici, punti di ristoro, esercizi commerciali, artigianali e altre attività, con riferimento a differenti frazioni merceologiche, ad esempio alluminio, carta, vetro, frazione organica. Le imprese affiliate gestiranno i punti ecologici denominati “Differentemente Point” e avranno il compito di sviluppare «strategie di marketing finalizzate ad attrarre la consegna dei materiali oggetto delle raccolte differenziate, attraverso corrispettivi selezionabili da cataloghi (es. oggetti in materiale riciclato, risme di carta riciclata, scontistica, accessi in cinema e teatro, etc.)» Al di là della auspicabile ricaduta in termini occupazionali, mi chiedo quanto la formula della raccolta punti/catalogo premi possa realmente incentivare i gestori di attività commerciali a differenziare i rifiuti e addirittura conferirli presso i suddetti punti ecologici.

Credo che tutti possiamo convenire sul fatto che il metodo della raccolta porta a porta “spinta” si sia dimostrato – laddove correttamente applicato – l’unico davvero efficace. Un esempio è il piano messo in atto nel 2009 dal Comune di Roma, che ha scelto di estendere a tutta la città la formula della raccolta “porta a porta” del multimateriale (contenitori in vetro, plastica, metallo) presso le attività di ristoro (bar, ristoranti, tavole calde, etc.). A ciascuna attività è stato consegnato un kit informativo (con una lettera di avvio del servizio e istruzioni sui materiali da differenziare) e dei bidoncini carrellati da 120 o 240 litri.

Purtroppo non si può avviare la raccolta porta a porta dalla sera alla mattina, per una serie di questioni organizzative, economiche e finanziarie. E allora, nell’attesa che questo metodo diventi ovunque una pratica standard, cosa si potrebbe fare per migliorare la situazione attuale?

Un buon inizio potrebbe essere una legge o un’ordinanza che renda obbligatoria la dotazione di contenitori per la raccolta differenziata (attraverso il sostegno economico delle amministrazioni locali): ogni stabilimento balneare, ristorante self-service, cinema multisala, chiosco all’aperto, punto di ristoro e via dicendo, deve disporre di un adeguato numero di contenitori per differenziare i rifiuti prodotti dalla clientela. Una legge simile a quella sul divieto di fumare nei locali pubblici, tanto per capirci, che ha prodotto dei risultati eccezionali se si pensa a quanto velocemente le attività e i cittadini coinvolti si siano adeguati. Da fumatore oggi mi sembra assurdo immaginare di poter tornare indietro, di entrare in un centro commerciale e accendermi una sigaretta in tutta tranquillità.

Il fumo e i rifiuti sono due “vizi” molto simili tra loro. Entrambi, in modi diversi, costituiscono un pericolo per la nostra salute e per quella di chi ci sta intorno. E i loro effetti costano molto caro alla collettività. Ma l’esempio del divieto di fumare nei luoghi pubblici ha dimostrato agli italiani che se gli si impone dall’alto un condotta sana (e civile), essi sanno adeguarsi in fretta. Basta solo che gli si dia una spintarella.

E come nel caso del fumo, anche con i rifiuti si potrebbero avere ricadute positive negli atteggiamenti domestici. Molta gente ormai non fuma più dentro casa, prendendosi la briga di uscire sul balcone o fuori in strada. Idem, se qualsiasi esercizio commerciale obbligasse i clienti a separare i rifiuti prima di buttarli, è facile che questi, col tempo, mutuino questa abitudine anche all’interno delle proprie mura domestiche. Dimostrando, come sempre, che l’esempio è la forma più efficace di educazione.

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