G+, cronaca di un fallimento (da me) annunciato

Poche ore fa Il Post ha pubblicato un articolo intitolato: «Google+ è un fallimento? Otto mesi dopo il lancio, il social network di Google fa i conti con la crescita deludente delle iscrizioni e della partecipazione degli utenti.»

Nell’articolo si legge:

[…] a preoccupare non è tanto il numero dei nuovi iscritti, quanto l’uso effettivo che viene fatto del social network. Stando alle rilevazioni di comScore, una delle società più importanti nelle rilevazioni statistiche online, in milioni si iscrivono ogni mese a Google+, ma finiscono quasi tutti per usarlo pochissimo o non usarlo affatto.

Beh, io l’avevo previsto qualche giorno dopo il lancio, commentando un articolo di Riccardo Luna pubblicato proprio su Il Post:

[…] Il senso dell’articolo è proprio questo e mi stupisco che non sia stato per niente colto. Quanti hanno o avranno il tempo di ricostruire l’intera propria rete sociale migrando verso G+? Io ci sto provando, ma è obiettivamente dura trovare il tempo per coltivare il nuovo network, soprattutto quando sai che ne hai già uno, anzi più di uno, che sono rodati e a regime, e che già ti impegnano una quantità considerevole di tempo.

Il ragionamento era e resta semplice: già all’utente medio non basta il tempo per seguire Facebook, Twitter, LinkedIn, YouTube, etc. Figuriamo ai producer di contenuti (social media manager, blogger, giornalisti, agenzie di comunicazione, influencer a vario titolo, etc.), che devono anche gestire la comunità degli iscritti ai rispettivi network.

Il fatto è che al momento che G+ non offre niente di sconvolgente rispetto alla concorrenza ed in particolare rispetto a Facebook, il rivale naturale. Certo, sono state introdotte alcune funzioni e altre sono state raffinate, ma nulla di così irresistibile da far distogliere l’attenzione degli 850 milioni iscritti al social network di Zuckemberg. Che nel frattempo non sta a guardare e risponde colpo su colpo.

Sarà, come afferma Bradley Horowitz (vicepresidente della gestione dei prodotti Google), che «Google+ non è concepito come una destinazione, ma come un insieme di servizi per arricchire l’esperienza degli utenti che utilizzano il motore di ricerca della società.» Ma se gli utenti non partecipano, di quali servizi si arricchiranno le loro esperienze di ricerca?

Se non si trasforma in qualcosa di veramente innovativo (tipo Pinterest, tanto per capirci), Google+ rimarrà una seconda scelta o un isola per pochi eletti. E sarà una bella batosta per le aspirazioni del colosso di Mountain View. Soprattutto se e quando Facebook si deciderà a dotarsi di un motore di ricerca interno degno di tale nome.

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